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Istituto Comprensivo

di Traversetolo

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"Tocca a noi fare in modo che il suo racconto non rimanga nel passato, ma alimenti il futuro"

PieroTerracina

Incontro degli alunni della scuola secondaria con Piero Terracina, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz (5 febbraio, Auditorium Toscanini).

Amélie - 3^ A

Il ricordo è molto importante per non dimenticare il male che gli uomini hanno fatto ad altri uomini. Uno dei fenomeni più eclatanti riguardo la crudeltà umana è stato sicuramente il genocidio avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale contro la popolazione ebraica. Il modo migliore per ricordare è sentire la testimonianza di persone che hanno vissuto direttamente i campi di sterminio. Purtroppo, ma anche fortunatamente, la Seconda Guerra Mondiale risale a più di 70 anni fa ed i ridotti superstiti usciti indenni dallo sterminio, almeno inizialmente, non hanno avuto il coraggio di raccontare. Oggi la maggior parte questo coraggio l’ha trovato, purtroppo l’età si fa sentire e ad oggi è davvero difficile conoscere un superstite dei campi di sterminio. Io, insieme alla mia classe e ad alcune altre della mia scuola e di altre scuole, ho avuto la fortuna di poter ascoltare le parole colme di sofferenza di Piero Terracina.

Piero era un ragazzo ebreo di 15 anni che viveva a Roma quando, il 7 aprile 1944, è stato portato al campo di sterminio di Auschwitz con tutta la sua famiglia, a parte la nonna, deceduta poco prima. Il suo ricordo del viaggio è terribile: un gruppo molto numeroso, circa 600, di ebrei ammassati su un treno merci, in piedi, senza acqua né cibo, costretti alla vicinanza con gli escrementi di tutti.

All’arrivo sono stati smistati, qui Piero ha visto per l’ultima volta sua madre, immediatamente indirizzata alle camere a gas. Lui deve la sua salvezza ad un uomo che gli consigliò di mentire sull’età: gli aveva suggerito di dichiararsi maggiorenne; anche se non lo ha più visto, gli sarà sempre riconoscente. Ad Aushwitz il desiderio di Piero era quello di onorare la richiesta del padre: ”Non perdere mai la dignità”, ma come si fa a non perdere la dignità, quando chi ti controlla ha una mente malata e contorta? Grazie alla sua giovane età ed alla sua fortuna (indispensabile in situazioni come quella del campo di sterminio), Piero è sopravvissuto 10 mesi nell’inferno di Auschwitz, dove la vita era stimata intorno ai 3 mesi.

Quando è tornato a casa, della sua famiglia e dei suoi amici non era rimasto nessuno. Questo significa che durante la sua permanenza nel campo di sterminio Piero ha visto morire tutti i suoi famigliari e tutte le persone che gli stavano a cuore; solo con Sami (mi perdoni signor Terracina se il nome non è corretto), un ebreo della sua età che Piero conobbe all’interno del campo, Piero Terracina ha tuttora rapporti molto solidi.

Il momento più difficile della sua vita è stato reintegrarsi nella società dopo la liberazione dei campi. Noi oggi immaginiamo questo evento come una festa, immaginiamo i prigionieri saltare di gioia e onorare i liberatori come dei. In realtà il 27 gennaio 1945, il giorno della liberazione, nessun prigioniero ha festeggiato, nessuno era felice. Non c’era nulla per cui essere felici: i superstiti avevano visto morire famigliari e amici, sarebbero tornati a casa e sarebbero stati soli, i pochi sopravvissuti erano i testimoni di una tale crudeltà da non poter esprimere a parole l’accaduto, perché mai avrebbero dovuto festeggiare dopo la morte di tante persone?

Il rancore non ha mai lasciato il cuore di Piero, lui ha trasmesso a noi il suo tragico vissuto, non senza lacrime, non senza fatica e tristezza. Oggi Piero, come tutti i superstiti della Shoah, è debole, troppo sensibile per poter lottare contro le ingiustizie razziste. Tocca a noi giovani far sì che il suo racconto non rimanga nel passato, ma alimenti il futuro.

 

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